La missione del Contingente Militare Italiano in Afghanistan si conclude dopo vent’anni. 53 soldati lasciano la propria vita sul campo, oltre 700 sono feriti. Con il precipitoso ritiro dei militari USA il paese è abbandonato a se stesso. Cosa succederà è difficile da prevedere. I talebani, che per anni si sono riforniti dell’arsenale bellico lasciato sul campo nel 1989 dai soldati dell’Armata Rossa dopo dieci anni di guerra, si riprenderanno molte delle basi lasciate vuote dalla forza multinazionale. La storia purtroppo si ripete.

Ho realizzato questo reportage nel 2010-2011, durante due missioni embedded con il Contingente Italiano impegnato nella Missione ISAF.

Herat (Afghanistan) – Soldiers of ANA (Afghan National Army) on training with red wooden rifles AK-47 Kalashnikov. [© Enzo Signorelli photographer]

[Afghanistan addio]

Di Enzo Signorelli, 10 luglio 2021.

La partenza

Ho aspettato un anno che lo Stato Maggiore della Difesa autorizzasse la mia partenza per l’Afghanistan. Un giorno mi chiamò un ufficiale da via XX Settembre dicendomi “Enzo, sei fortunato. Si è liberato un posto e puoi partire con il prossimo volo militare dall’aeroporto di Pratica di Mare. Preparati velocemente”. Non ricordo dove mi trovavo, e nemmeno il giorno esatto. Era agosto del 2010 e faceva molto caldo. Sistemai con cura l’equipaggiamento e l’attrezzatura fotografica dicendo a casa che stavo partendo per un reportage negli Emirati Arabi. Nessuno sapeva dove andavo veramente, meglio lasciarli tranquilli. Da Pratica di Mare un jet ci trasportò effettivamente negli Emirati, nella base aerea di Al Bateen. Ricordo una notte quasi insonne per il caldo umido che toglieva il respiro. Era impensabile stare all’esterno, qualcuno usciva solo per il tempo necessario a fumare una sigaretta. Poco distante un cantiere era in piena attività per la costruzione di un edificio a numerosi piani. Lavoravano solo di notte, di giorno era impossibile.

La mattina successiva tre C-130 dell’Aeronautica Militare Italiana aspettavano sulla pista con i motori accesi. Erano diretti a Baghdad, Kabul, Herat. Per un attimo pensai di salire a bordo di quello diretto in Iraq. Ma non sarei andato tanto lontano. Ritornato immediatamente lucido andai verso quello giusto. Cinque ore di volo tra scossoni e il rumore infernale delle turboeliche. Metto i tappi alle orecchie e scatto le prime immagini in bianco e nero.

Italian Army Corporal Alessandra Burrascano assigned to Herat Camp Arena ISAF Forward Support Base, Afghanistan. [© Enzo Signorelli photographer]

Atterriamo nella grande base militare di Herat, costruita proprio accanto all’aeroporto civile, chiuso da molto tempo. E’ la Forward Support Base di Camp Arena, sede della forza multinazionale. Il portellone posteriore del C-130 si abbassa fluido, annuso l’aria polverosa e secca dell’altopiano. Ho la sensazione di aver fatto un volo all’indietro nel tempo, con un salto di un paio di secoli. Scendo a terra per le formalità di rito.

Nel pomeriggio briefing con il Maggiore Renna, ufficiale addetto alla comunicazione e portavoce del Contingente. In quel periodo era di stanza in Afghanistan la Brigata Alpina Taurinense. Renna era già parecchio conosciuto tra i reporter. L’esperienza maturata in Afghanistan è diventata un libro nel 2011. Il maggiore è un tipo pratico, conosce i giornalisti e sa come fare. Ha gli anfibi consumati, non si ferma mai. Io con altri due colleghi siamo destinati alla base avanzata di Shindand, a sud di Herat. Ci propone di fare una doccia per riprenderci dal viaggio non proprio in business class. Ringrazio e faccio una contro proposta. Dopo aver lanciato un’occhiata d’intesa ai compagni di viaggio gli chiedo di poter partire subito. Avremmo perso 1-2 giorni aspettando il prossimo elicottero. Renna sorride quasi impercettibilmente e ci offre mezz’ora di tempo per lasciare in alloggio l’equipaggiamento non necessario. Con la luce dorata del tramonto saliamo a bordo di un elicottero Black Stallion dell’esercito USA con il rotore già acceso.

Onboard a U.S. Army helicopter ‘Black Stallion’ flying from Herat to Shindand Forward Operating Base. [© Enzo Signorelli photographer]

Shindand Forward Operating Base

La base di Shindand a comando Italiano è un piccolo avamposto a sud di Herat. C’erano le elezioni politiche in Afghanistan e i soldati italiani della Task Force Centre erano parecchio impegnati sul territorio. L’indomani a bordo dei mezzi blindati Lince partiamo per una missione di pattugliamento nella Zerkoh Valley. La sera prima durante la cena avevo chiesto al comandante se potevo andare a fotografare dalla ralla, il foro circolare sul tetto del mezzo dove è posizionata una mitragliatrice pesante con il suo operatore. E’ una buona postazione, fanno così i cameraman che seguono il Giro d’Italia. Scoppiano tutti a ridere: la ralla è il posto più pericoloso. Il mitragliere è protetto da uno scudo metallico e indossa elmetto e giubbotto antiproiettile, ma è esposto a 360 gradi al tiro di un cecchino, al lancio di un razzo RPG, a una bomba a mano. Rido anch’io e non ci penso più. La settimana precedente avevano sparato un colpo di Kalashnikov a una collega di un’agenzia. La pallottola si era piantata nel vetro blindato del mezzo su cui viaggiava all’altezza del suo viso. Non ha retto allo shock ed è rientrata a casa con il primo volo utile.

Adraskan (Afghanistan) – A boy injured both his legs probably over a mine walks on hands near the Asian Highway 1, the Afghanistan’s Ring Road, crossing Adraskan village in Herat Province, Northern of Shindand. [© Enzo Signorelli photographer]
Adraskan District, Herat Province (Afghanistan) – Italian soldiers engaged on ISAF Mission patrolling the area northern east of Shindand. [© Enzo Signorelli photographer]

L’elder del villaggio di Qal’eh-Thut da alcuni giorni non risponde al telefono satellitare che i nostri militari gli avevano lasciato. L’anziano guida la piccola comunità di pastori che vive in un agglomerato di case costruite con il fango essiccato, sperduto lungo le piste del distretto di Shindand. Parecchio lontano dalla Ring Road, unica strada asfaltata del paese. Parto con i nostri soldati per vedere cosa è successo. Spesso i talebani attaccano questi piccoli villaggi del tutto indifesi. A Qal’eh-Thut c’è un pozzo di acqua dolce, scavato con il supporto dei militari italiani, indispensabile per la sopravvivenza degli abitanti e delle comunità vicine. Arrivati in zona viene predisposta una bolla di sicurezza con tiratori scelti e blindati che controllano l’area dove dobbiamo incontrare la delegazione afghana. Finalmente togliamo l’elmetto, segno di distensione e di fiducia nei confronti degli abitanti. Ci viene incontro l’elder con il suo piccolo seguito fermandosi al centro di uno spazio aperto, all’interno la bolla di sicurezza. L’uomo ha un’aria pacifica, lo sguardo sereno e la barba bianca. I suoi vestiti sono immacolati e sembrano appena usciti da una stireria. Mi chiedo come possa essere possibile in un luogo dove non c’è la luce elettrica, con le temperature che d’estate superano i 50 gradi e d’inverno vanno sotto zero, dove molte abitazioni non hanno vetri alle finestre. Controlliamo il pozzo dell’acqua. Tutto okay. In alcuni luoghi dell’Afghanistan a volte non c’è nemmeno la copertura satellitare, il collegamento si era interrotto.

Adraskan District (Afghanistan) – Qal’eh-Thut village. [© Enzo Signorelli photographer]
Adraskan District (Afghanistan) – Mission to support the population of Qal’eh-Thut village. [© Enzo Signorelli photographer]

Il giorno dopo partiamo per una missione di sostegno allo Shindand Women Council. Il centro ospita e aiuta le donne vedove di guerra o abbandonate dai mariti e per questo allontanate dal villaggio e dalla comunità. Presto lasciamo le strade battute preferendo un percorso nel deserto di pietre molto più faticoso e lungo, ma più sicuro. Sarebbe molto difficile organizzare un’imboscata in un luogo così aperto e disabitato, con il nostro tracciato che cambia continuamente. I mezzi sono sotto controllo satellitare. Se la comunicazione si interrompe partono immediatamente gli elicotteri da combattimento e i caccia da Herat. Il capitano che comanda la missione è un po’ nervoso. Lo capisco, dobbiamo muoverci con una quarantina di uomini armati e con i mezzi per le vie sterrate e strette del villaggio, tra le case. Il luogo perfetto per un attacco. A supporto si aggiungono alcuni pick-up dell’esercito afghano che bloccano gli accessi alla strada dove si trova la struttura. Finalmente entriamo.

Guests of the Shindand Women Council, an humanitary organization to support the Afghan women in the district. The Women Council of Shindand is under protection of Italian military Task Force Centre. [© Enzo Signorelli photographer]

Le donne ospiti del centro sono a volto scoperto, sedute per terra stanno chiacchierando con due soldatesse italiane che lavorano con la cooperazione. Si aggiustano velocemente il burqa e ritornano invisibili al nostro arrivo. Qualcuno mi dice di non fare fotografie. Il tempo passa e so come andrà a finire, durante questo tipo di operazioni i tempi sono fondamentali: non si rimane fermi nello stesso luogo per un minuto in più di quanto stabilito per non dare il tempo di organizzare un’azione ostile. Il rischio, per me assolutamente reale, era di aver passato un giorno in giro sui mezzi ritornando alla base senza una foto significativa. Studio le inquadrature e scelgo una posizione per lo scatto che ho in mente di fare. Fisso il fuoco della Leica M6 e calcolo l’esposizione. Sono pronto. Arriva il via e non scatto ancora, avevo chiesto con lo sguardo a una giovane madre il permesso di fotografarla con la figlia. Mi fa cenno di aspettare per sistemarsi il burqa e coprirsi completamente. Finalmente dice di sì con un cenno del capo e scatto rapidissimo 3-4 fotografie, mentre le donne sedute dietro si muovono per uscire dall’inquadratura.

Shindand, Herat Province (Afghanistan) – A young woman and her daugther guests of the Shindand Women Council, an humanitary organization supporting the Afghan women in the district. The Women Council of Shindand is under protection of Italian military Task Force Centre. [© Enzo Signorelli photographer]

Scoprii solo dopo, sviluppando i film a Milano, che la donna ancora mi stava guardando mentre dava l’ok per scattare. Il suo sguardo è impresso solo nel primo fotogramma della breve sequenza, che non ho mai pubblicato sui tanti giornali che hanno ospitato il reportage. Fortuna? No, non basta… In accademia ho fatto un’intera lezione su questa immagine, sulla preparazione, sull’attesa, sull’autocontrollo che ha richiesto. Su quello che è successo dopo i primi scatti quando un ragazzino arrabbiatissimo mi impediva di fotografare mettendo una mano davanti l’obiettivo. Accanto a me il comandante della polizia locale rimase impassibile, guardandosi bene dall’intervenire. La bambina cominciò a piangere ed io abbassai la macchina fotografica. La madre la calmò immediatamente con una sola parola pronunciata ad alta voce. Tutti si tranquillizzarono ed io ripresi a respirare.

Along the road to Shindand. [© Enzo Signorelli photographer]
Back to the base off road after a support mission. [© Enzo Signorelli photographer]

Herat Firenze dell’Asia

Herat è una città interessante. Già capitale dell’impero di Tamerlano, da secoli è un nodo importante lungo la Via della Seta. I commerci fiorenti hanno dato splendore e fama a Herat. La regina Gawhar Shad durante l’epoca Timuride fece costruire nel XV secolo il grande Complesso della Musalla, di cui oggi rimangono cinque minareti sfuggiti alla furia dei talebani che durante l’occupazione li prendevano a cannonate. Per passare il tempo. Un cartello arrugginito ricorda la missione dell’UNESCO che grazie al lavoro di un ingegnere italiano è riuscita a mettere in sicurezza quello che è rimasto. Dello splendore e del potere della regina Gawhar Shad nata a Samarcanda e sepolta a Herat rimane anche il suo piccolo mausoleo, chiuso e puntellato da tubi di ferro.

Herat (Afghanistan) – The Musalla Minarets of Herat. Five old towers each 55 meters tall are the remains of the great 15th-century Complex built by the Queen Gawhar Shad. [© Enzo Signorelli photographer]

Dovevo vederla Herat. Ma non potevo uscire con 10-11 uomini di scorta, con tre mezzi blindati, gli elmetti, i giubbotti antiproiettile e le armi. Provate ad immagine se mentre siete con gli amici per un barbecue in giardino arrivasse un plotone armato fino ai denti con uno che fotografa chiedendovi di continuare come se nulla fosse. Impensabile. Vado a parlare con il maggiore Renna. Gli chiedo di uscire, da solo, senza scorta. Mi serve solamente una guida che conosca la città e soprattutto che mi riporti indietro alla base entro l’orario stabilito. Ci pensa un momento e mi dice: “si può fare, ma non posso darle uno dei miei interpreti”. Gli afghani incaricati di tradurre per i militari non possono parlare con i giornalisti, per ovvie ragioni di sicurezza. “Troviamo un parente di uno degli interpreti che possa farmi da guida” – gli dico – “non potrà tradirmi, andreste a prenderlo immediatamente, senza contare che l’interprete perderebbe l’incarico alla base. Non c’è garanzia migliore”. A Renna l’idea piace e così l’indomani mattina esco da una piccola porta laterale in acciaio, protetta da muri di pietre spessi qualche metro. Ho uno zainetto con una macchina fotografica e un paio di ottiche, abbigliamento comodo, una camicia Polo ben stirata e inamidata. Un po’ di Italian style per farmi subito riconoscere. Un occidentale non sarebbe passato inosservato, meglio farsi notare. Attraverso la no man’s land che separa Camp Arena e l’aeroporto dal posto di guardia dell’esercito afghano, consapevole di essere sotto tiro da parte dei soldati di guardia alla base. Qualche tempo dopo un attacco talebano suicida avrebbe lasciato sul campo numerosi morti e feriti tra il commando e le forze afghane impegnate a difesa dell’area. Saluto i militari afghani. “Italiano, amico” mi dicono sorridendo. Gli faccio segno che la sera sarei rientrato, di non dimenticare la mia faccia. Non ho con me i documenti, troppo rischioso portarli in giro. Nel piazzale ci sono una ventina di taxi, poche auto ufficiali molte improvvisate, che aspettano cercando clienti. Come riconoscere il mio autista? Ho solo il suo nome, nient’altro. Nemmeno la targa dell’auto. Qualcuno si avvicina gli chiedo se si chiama A*** Mi dice di sì. Bene, non è quello il nome del mio contatto. Vado oltre. Finalmente uno di loro mi comunica il nome corretto, gli chiedo come si chiama suo cugino che lavora alla base e anche questa volta ci siamo. E’ l’uomo giusto, partiamo alla volta della città.

Herat (Afghanistan) – Tanks of Afghan National Army abandoned after the Afghan-Soviet 1979-1989 war. [© Enzo Signorelli photographer]

La mia guida parla un inglese quasi incomprensibile. Quando ci fermiamo non è proprio felice di farsi vedere in giro in mia compagnia. Si allontana spesso, quando gli chiedo qualcosa finge di non conoscermi, di non capire. Limito al minimo la conversazione all’esterno dell’auto. Il mio telefono vibra a intervalli regolari, mi chiamano dalla base per sapere se è tutto okay. C’è stato un attentato alla residenza del governatore. Ho una mappa molto rudimentale della città, evito l’area interessata e li rassicuro. Nel pomeriggio mi faccio accompagnare alla grande moschea del Venerdì, una delle più belle di tutta l’Asia centrale. Fissiamo con il tassista un appuntamento per il rientro alla base. Non gli ho ancora dato i soldi, ho qualche speranza che si faccia trovare nel luogo e al momento convenuto. Entro nei giardini della moschea. Fotografo con discrezione, i pellegrini sono impegnati nelle preghiere del Ramadan. La luce è perfetta, mi fermerei ancora ma devo rientrare all’orario stabilito. Esco in strada, il mio autista non si trova. Non ha capito? E’ scappato? Ho ancora 45 minuti, continuo a fotografare. Faccio il giro all’esterno della moschea, la luce è troppo bella per farsi prendere dall’ansia. Ecco l’immagine che ho scattato in quel momento.

Herat (Afghanistan) – Afternoon at the Friday Mosque in the Old City. [© Enzo Signorelli photographer]

Adesso devo assolutamente trovare il tassista. Giro qualche angolo cercando di memorizzare il percorso e di non perdermi nella città vecchia. Finalmente lo trovo, naturalmente in un posto diverso da quello concordato. Non parliamo, tutto normale. Salgo in auto tirando un sospiro di sollievo, non devo tardare. Alla base si sono fidati di me e non è pensabile creare problemi, o peggio rischiare l’incolumità di altri che verranno a cercarmi. Guardo indietro un’ultima volta verso la sagoma della moschea avvolta dal colore della sera. Ci sarei tornato un anno dopo, ma in quel momento non lo sapevo ancora.

An Afghan man and his children reading the Holy Quran during Ramadan. [© Enzo Signorelli photographer]

Bala Morghab Forward Operating Base

La base avanzata di Bala Morghab mi ricorda la fortezza Bastiani di Buzzati. Solo che qui il nemico c’era davvero. Mi trovo in piccolo avamposto tra le trincee scavate nella sabbia, raggiunto in volo scortati da due elicotteri d’attacco Mangusta A 129 armati con missili. La mattina prima di partire da Herat un paio di caccia AMX si erano già levati in volo. Andiamo verso il nord dove la presenza e l’azione talebana si era fatta sentire pesantemente. Giro per la piccola base prima del briefing con il comandante del Contingente Italiano. A volte non è così facile trovare delle buone immagini pur essendo in un luogo misterioso, affascinate e irraggiungibile (non sarei più tornato a Bala Morghab), al centro della notizia: venti anni di missione italiana in Afghanistan. Ricordo che si aprì una porta, alcuni medici in mimetica, stavano curando un afghano ferito probabilmente durante un attacco talebano. C’era del sangue sul vestito bianco dell’uomo e sul turbante. La porta si è richiusa subito, senza darmi il tempo di scattare. Mi chiamano per il briefing. I ricordi di un fotografo sono le fotografie che non è riuscito a fare.

‘The Queen of Spades’ – An Italian soldier of ISAF Task Force Centre, gunner at the outpost ‘Cavour’. Forward Operating Base of Bala Murghab, 170 km northeastern to Herat.
Bala Murghab Forward Operating Base. The outpost ‘Cavour’, eastern to Joi-Kar village. [© Enzo Signorelli photographer]

Guardo oltre la trincea. Il villaggio e l’area sottostante l’altura sono “territorio ostile”. Siamo nella provincia di Badghis, vicinissimi al confine con il Turkmenistan. 500 km a nord est c’è Samarcanda. Vedo in lontananza le montagne dell’Hindu Kush. Tranquille, limpide, distanti. Fa effetto vedere gli alpini con la penna sull’elmetto muoversi tra le sabbie roventi con 50 gradi di temperatura. In un’avamposto scavato nel terreno trovo un po’ di frescura e una donna che con una mitragliatrice pesante Browning tiene d’occhio il proprio settore. Facciamo due chiacchiere e scatto qualche immagine. Alla fine un po’ di vanità femminile spero che sia venuta fuori anche in una circostanza come quella in cui ci trovavamo. Ha un simbolo delle carte da gioco stampato sul giubbotto antiproiettile, l’ho chiamata “regina di picche”. Ritorno fuori, accanto a me alcuni tiratori di un reparto speciale, con la radio all’orecchio e l’equipaggiamento leggero per muoversi rapidamente, controllavano l’area dove il giorno prima era stato paracadutato un reparto di incursori (la famosa, e misteriosa Task Force 45 probabilmente). Ai giornalisti non è concesso parlare con loro o fotografarli. Vestono mimetiche prive di segni di riconoscimento, molti possono essere scambiati tranquillamente per afghani. Erano di stanza in un’area di Camp Arena chiusa da cancelli e reticolati e raramente si vedevano in giro. Ne ho incontrati alcuni seduti di fronte a me su un volo di collegamento tra le basi avanzate più a sud e sud-est, a Farah e verso Kandahar. Ma questo succederà l’anno successivo.

Vivere per niente o morire per qualcosa. ‘Live for nothing or die for something’ is a quote from the movie Rambo IV, printed on the shirt of an Italian Special Forces soldier. [© Enzo Signorelli photographer]

Ritorno a casa

Sono di nuovo a Al Bateen, negli Emirati Arabi. Salgo la scaletta dell’aereo che ci riporterà in Italia ricevendo in volto lo schiaffo caldo del deserto, già rovente al mattino. Sulla sinistra vedo una piccola moschea circondata dalla sabbia color oro. Era una bella inquadratura, il contrasto tra la quiete dell’edificio semplice con il suo minareto, la base militare e l’aeroporto era evidente. Ma non si potevano scattare fotografie. Osservo la scena ancora per un secondo per fissare l’immagine nella memoria, prendo un respiro entrando nel ventre dell’aeroplano che mi riporterà a casa.

[Continua]

Italian soldiers onboard the flight between Pratica di Mare military airport and Al Bateen base in EAU. Final destination Herat, Afghanistan. [© Enzo Signorelli photographer]
Afghan National Army aircrafts abandoned after the Soviet-Afghan War (1979-1989). [© Enzo Signorelli photographer]

© Enzo Signorelli per il testo e le fotografie

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