A Gerusalemme la situazione è critica. In Israele e nei Territori palestinesi i disordini si sono trasformati in guerra. Qualcuno la vuole. Moltissimi ne subiranno le conseguenze. Reportage nella Città Santa poche settimane prima delle dichiarazioni di Trump del dicembre 2017.

Di Enzo Signorelli
l viaggio in Israele è stata un’esperienza molto importante per la mia formazione. Dopo aver fotografato in Libano, Iran, Giordania, Afghanistan e Turchia, Israele era una meta obbligata. Il tassello fondamentale per comprendere i delicati, fragili equilibri di quella parte del mondo. L’anello mancante per dare corpo e credibilità all’idea che mi stavo facendo sul Medio Oriente, spostandomi verso l’Asia Centrale. Avevo visto anche la Cisgiordania in quella occasione. Troppo poco, purtroppo. Approfondirò la mia conoscenza appena potrò farvi ritorno.
Ho raccontato del viaggio in Israele in un reportage che ripubblicherò presto su queste pagine. I fatti dolorosi di questi giorni a Gerusalemme, cominciati con gli scontri durissimi tra le forze di polizia israeliana e i palestinesi sulla Spianata delle Moschee, stanno dilagando in Cisgiordania, a Gaza e in altre parti del paese. Purtroppo la situazione sta peggiorando sempre di più nelle ultime ore. I disordini si sono trasformati in guerra. Qualcuno la vuole. Moltissimi la subiranno, pagandone le conseguenze.
Leggendo le cronache, ascoltando in Tv, alla radio i nomi dei luoghi della città vecchia dove ero stato, non posso non ritornare con la mente a quello che è un viaggio dentro il viaggio: il reportage a Gerusalemme del settembre 2017. Poche settimane prima delle dichiarazioni di Trump che riconosceva la Città Santa come capitale di Israele.

Arrivo in città nel tardo pomeriggio. Varcando la soglia dell’hotel Zion, collocato proprio sul monte Sion dove era sorto il primo nucleo di Gerusalemme. Sono già entrato nella storia. Lascio il trolley in un angolo e oltrepassando la reception senza aver fatto il check-in mi dirigo verso la grande finestra in fondo alla hall. L’apertura incorniciava dentro un arco una bella veduta della città, illuminata dalla luce dorata del tramonto. La luce non sarebbe durata molto, era tardi. l’ombra del monte Sion cominciava ad allungarsi sulle case. Scatto le prime fotografie.

L’indomani la prima immagine che rimane nei miei occhi è la panoramica della città dal Monte degli Olivi. Tutti coloro che si sono recati in Terra Santa, turisti, giornalisti, pellegrini, viaggiatori, capi di stato, gente di ogni origine e religione, proprio tutti hanno osservato la stessa veduta, dal medesimo punto di osservazione.
Poco al di sotto del ciglio stradale c’è il grande cimitero ebraico. Alcuni ebrei ortodossi si rifocillano con cibi e bevande come si usa fare dopo una cerimonia funebre. Il contrasto tra i loro abiti neri, i grandi cappelli e il colore chiaro, accecante delle tombe in arenaria è molto forte. Scatto poche immagini alzando lo sguardo verso la città che si erge sullo sfondo. Al centro della veduta, già sbiadita dalla luce polverosa di una giornata calda, brilla la cupola d’oro della moschea della Roccia. Circondata da chiese, sinagoghe e minareti.

La sera precedente, la prima notte passata a Gerusalemme, avevo preso un taxi con alcuni colleghi per recarmi nella città vecchia. Varchiamo la Porta di Damasco camminando frettolosamante per le vie deserte e tranquille, come se avessimo un appuntamento in qualche luogo particolare. Possiamo davanti al Santo Sepolcro, ovviamente chiuso a quell’ora, percorriamo qualche vicolo accompagnati solo dal suono dei nostri passi. L’operosa città vecchia dormiva. Girato un angolo si apre improvvisamente un grande spazio chiuso in fondo dal Muro Occidentale. C’è un check-point della polizia israeliana, passiamo, sono tutti molto rilassati. Percorro lentamente la gradinata che porta sulla piazza. Intorno a me numerosi ebrei ortodossi raggiungono con calma le proprie postazioni per pregare. Si sentono le litanie, tutta l’area del Muro è illuminata a giorno dalle fotoelettriche. Qualcuno mi rivolge parole che non comprendo, mi invita ad avvicinarmi, a leggere alcune scritture. Perdo volutamente il contatto con il mio piccolo gruppo per fare qualche fotografia con la Leica a telemetro. Avevo portato con me un solo rullino di pellicola in bianco e nero e una seconda ottica in tasca. Scatto pochissime foto, cercando di non essere invadente, senza disturbare.

La mattina dopo rifaccio da solo il percorso della prima notte ritornando nella città vecchia. La scena è cambiata. Adesso i vicoli brulicano di vita e di negozi aperti nel mercato. C’è molta gente, turisti, qualche poliziotto, nell’aria ancora mite si moltiplicano voci, suoni e i rumori delle attività.
Più tardi visita al Museo di Israele con le numerose collezioni, che vanno dalla preistoria all’arte moderna, la sala dei Manoscritti del Mar Morto, i giardini e le sculture.


Nel pomeriggio ritorno al Western Wall. Anche lì è cambiato tutto. Fa molto caldo e sono in pochissimi a pregare. Percorro la stessa scalinata che conduce nella piazza e mi soffermo a guardare sulla destra la lunga rampa che conduce verso una piccola porta sul Muro. La porta è chiusa. E’ un punto di accesso che conduce direttamente sulla Spianata, poco distante dalla moschea al-Aqsa. Qualche volta il passaggio dev’essere stato aperto, non so quando, in quali occasioni. Penso all’emozione che avrà provato chi ha percorso la passerella coperta di legno e metallo costruita per unire due mondi, distanti e vicinissimi, separati solo dalla piccola Porta dei Maghrebini, in arabo Bab al-Maghariba.
Mi dirigo verso il Muro spostandomi sulla sinistra sotto l’arco di Wilson. Ero già stato lì. L’arco conduce in un ampio locale completamente chiuso, nell’area riservata agli uomini, costruito a ridosso del Muro del Pianto. Vi sono custoditi i rotoli della Torah, libri e testi sacri. Lo spazio è stato restaurato nel 2005 e climatizzato per conservare le Scritture, permettendo ai fedeli di pregare anche nelle ore più proibitive.

Abbandono la piazza e mi addentro nei quartieri di Gerusalemme Est cercando un passaggio che possa condurmi sulla Spianata. Lo trovo, è una via piuttosto corta, completamente coperta dalle costruzioni e presidiata da un buon numero di poliziotti e miliziani. Mi avvicino molto lentamente mentre qualcuno osserva con apprensione crescente la borsa che porto in spalla. Mi fermo a una distanza sufficiente, dichiarando che sono un giornalista italiano, ospite del Ministero della Cultura di Israele. Apro con gesti lentissimi la borsa per far vedere l’attrezzatura fotografica. Mostro i documenti e la lettera di invito del ministero. Mi dicono di andarmene, sono nervosi. Non si può passare. Peccato. La cupola d’oro della moschea della Roccia, vicinissima, completa la scena che posso descrivere solo con le parole. Si sta facendo tardi e l’indomani dovrò partire per il deserto di Negev. Non ho tempo per cercare altre vie o per farmi accompagnare. Ritornerò un’altra volta.
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