
FOTOGRAFARE IL NULLA
Arrivai a Marina di Melilli la prima volta nel 1984. Ero un giovane fotoreporter alle prime esperienze, accompagnavo Roselina Salemi, una giornalista che mi raccontava la storia di un paese fantasma mentre guidavo sulla trafficatissima statale tra Catania e Siracusa. Marina di Melilli era un piccolo villaggio che era stato quasi completamente cancellato negli anni settanta per fare posto alle industrie del petrolchimico di Priolo-Siracusa. Alcuni abitanti non vollero andarsene, difesero le proprie case dalle ruspe che demolivano tutto, continuarono a vivere e respirare aria che bruciava i polmoni, circondati da trenta chilometri quadrati di impianti, serbatoi, tubi, navi, ciminiere, scarichi, fumi, rumori, vibrazioni e veleni.

Ero preoccupato e curioso al tempo stesso. Fotografare qualcosa che non c’era non era impresa facile ed io volevo conquistarmi la fiducia della collega, già piuttosto conosciuta per le sue inchieste. Svoltammo a sinistra all’altezza della raffineria Isab ed entrammo in quello che restava del paese. Mi trovai di fronte una dozzina di costruzioni male in arnese, isolate tra strade invase dall’erba e dalla polvere. In mezzo non c’era nulla, la spiaggia era deserta e piena di detriti, le strade vuote, le case sembravano abbandonate. Guardai in alto verso la linea elettrica. I cavi erano al loro posto su vecchi pali di cemento, doveva esserci qualcuno.

Si avvicinò un uomo accompagnato da un cane che cominciò a raccontarci una storia. Dentro la macelleria vuota una signora aspettava clienti che non esistevano più, nel banco frigorifero non c’era nemmeno un pezzo di carne. Il fornaio mostrava gli attrezzi per fare il pane, ma non c’erano né acqua, né farina, né lievito e il forno era spento. In quello che rimaneva della strada principale passò il postino, poi due ragazzi che abitavano con la madre nella casa ricoperta di conchiglie. Una signora in vestaglia stendeva il bucato su una terrazza corrosa dalle polveri acide delle ciminiere vicine.

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Poco più in là abitava Salvatore Gurreri, un anziano signore che viveva con la compagna Lina in una villetta a pochi metri dal mare. Lottava da anni contro le industrie che volevano cancellare le ultime case di Marina di Melilli. Con le sue denunce, i ricorsi, le lettere mandate a tutte le autorità dello Stato e ai giornali difendeva la propria famiglia e la propria casa. Scattai alcune fotografie mentre, con l’indice alzato, raccontava dell’ultimo misfatto appena scoperto. Dormiva con un fucile da caccia, una vecchia doppietta centenaria, sotto il letto. Non si sentiva al sicuro. Lo incontrai ancora un paio di volte, prima che venisse assassinato da due killer nel 1992 per trecentomila lire. Della sua compagna Lina, che aveva combattuto nella Resistenza, e del fedele pastore tedesco che viveva con loro non ho più avuto notizie.

Tornai a Marina di Melilli altre volte, tentando ancora di fotografare il nulla. Nel 1983 c’erano dieci case abitate, poi sette, poi quattro, oggi nessuna. La casa di conchiglie è stata demolita per fare posto ad un grosso cantiere. Altre hanno fatto la stessa fine. La linea elettrica non c’è più, non si vedono panni stesi, non c’è posta da consegnare, non ci sono bambini che giocano. La casa di Salvatore Gurreri è ormai un cumulo di macerie tra gru enormi, cancelli arrugginiti e filo spinato.
Immagini, filmati e testo di © Enzo Signorelli
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