Genova, novembre 1987 – Il giudice Giovanni Falcone fotografato in occasione del XIX Congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati a bordo del transatlantico Achille Lauro. [© Enzo Signorelli]

UN INCONTRO CHE NON AVREI MAI DIMENTICATO

di Enzo Signorelli

Al tempo del primo grande processo di Palermo contro la mafia tutti i giornali volevano le fotografie di Giovanni Falcone. L’agenzia di Milano per cui lavoravo mi aveva affidato l’incarico di fotografare il magistrato, ma non era per niente facile.

Ero già stato a Palermo nei primi giorni del maxiprocesso (febbraio 1986) ma non ero riuscito a fotografare Falcone. Lo avevo incontrato una sola volta, per caso, inaspettatamente, davanti all’aula bunker dell’Ucciardone. Ricordo di aver impugnato la macchina fotografica, con voluta lentezza, ma un uomo della scorta mi aveva immediatamente bloccato mettendo la mano davanti all’obiettivo. Cosa ci faceva lì il magistrato? Lo avrei scoperto 34 anni dopo quando Vincenzo Mineo, direttore dell’aula bunker, leggendo questo testo apparso sulla pagina web L’Ora Edizione Straordinaria rivelò che Falcone era andato a interrogare Michele Greco, arrestato proprio in quei giorni, il 20 febbraio 1986. Greco detto “il papa”, personaggio di spicco di Cosa nostra era detenuto nel carcere dell’Ucciardone, interrogarlo all’interno della struttura blindatissima e super protetta dell’aula bunker sarebbe stato più sicuro.

Pochi giorni prima ero andato al palazzo di Giustizia per ritirare l’accredito stampa per il processo. L’ora era insolita e solo pochissima gente si trovava nell’area tra i cancelli e l’edificio. All’improvviso arrivò a tutta velocità un corteo di auto a sirene spiegate. Era la scorta del giudice Falcone che lo accompagnava in ufficio. L’Alfetta blindata del magistrato percorse rapidamente la lunga rampa in cemento costruita per consentirgli di scendere dall’auto il più vicino possibile al portone d’ingresso. Ovunque intorno si erano materializzati agenti con le armi in pugno e i giubbotti antiproiettile. Guardavano rapidi in ogni direzione, forse un po’ nervosi. Non provai nemmeno a prendere la Nikon dalla borsa. Falcone mi passò accanto, senza notarmi. Ero rimasto immobile, tranquillo, consapevole di avere addosso lo sguardo dei poliziotti pronti ad intervenire. L’azione durò alcuni secondi. Poco dopo tutto ritornò alla normalità, al ritmo silenzioso e assonnato di prima. Ripresi a respirare.

Molto tempo dopo, leggendo come ogni mattina i quotidiani in ufficio a Milano, trovo la notizia  – un taglio basso come si dice in gergo – che annunciava il congresso dell’Associazione Nazionale Magistrati in programma a Genova da lì a pochi giorni. Ero quasi certo che Falcone avrebbe partecipato, poteva essere una delle rarissime occasioni per incontrarlo. Faccio sparire il ritaglio nascondendolo ai colleghi d’agenzia, vado fuori e telefono subito agli uffici competenti per saperne di più. Mi dicono che per ragioni di sicurezza il convegno si sarebbe tenuto a bordo di una nave – venni a sapere dopo che era l’Achille Lauro, ormeggiata al porto di Genova – e non c’erano molti accrediti stampa a disposizione. Insisto e finalmente ottengo il pass. 

L’espresso N.37 del 18 settembre 1988, copertina. [fotografia di Enzo Signorelli]

Ricordo ancora la sagoma azzurra e bianca della nave avvistata mentre percorrevo in auto la soprelevata di Genova. “Ci siamo – pensai – adesso vedremo se mi faranno salire a bordo davvero”. Avevo scelto un giorno qualsiasi sperando di non trovare troppi reporter. Superati i controlli, affrontando la passerella che collegava la nave alla banchina mi sentivo come un viaggiatore che lascia la propria terra per recarsi in un continente sconosciuto. Sono a bordo. Nei saloni dedicati al convegno c’era troppa gente in poco spazio, avrei dovuto lavorare con un’ottica grandangolare e non mi piaceva. meglio aspettare. Approfittando di una pausa dei lavori finalmente mi presento a Falcone chiedendogli di poterlo fotografare. Ricordo che mi ringraziò per l’interesse che avevo dimostrato per lui (credo anche per la gentilezza di averglielo chiesto prima), scusandosi però di non riuscire a posare per una fotografia. Non voleva mettersi in mostra. Poco dopo, seduto vicino ad un finestrino della nave, il giudice iniziò a scrivere con la stilografica su alcuni fogli già fitti di appunti. Il diniego che aveva posto in maniera così garbata, non accompagnato da un gesto che avrebbe chiuso definitivamente la questione, piuttosto da un impercettibile sorriso, mi fece sperare. Potevo scattare qualche foto, senza esagerare, non troppo da vicino. Scelto un punto di osservazione cambiai velocemente ottica studiando l’inquadratura solo con lo sguardo, senza muovere la macchina fotografica. La luce che entrava dal finestrino era perfetta ma difficile: controluce di tre quarti. Meglio non usare il flash, sarebbe stato banale e avrebbe inevitabilmente rovinato l’atmosfera cancellando le ombre. Falcone fumava tranquillamente un sigaro toscano mentre scriveva. Un sottile filo di fumo azzurrino si sollevava diffondendo l’aroma del tabacco Kentucky italiano. Attendevo il momento giusto per scattare, intravedendo nel leggero controluce la grafia ordinata e fluida del giudice, completamente immerso nei propri pensieri. Per un attimo rimasi affascinato da tutto quell’equilibrio, controllai il fuoco e scattai due o tre volte, non di più. Rapido. Sicuro. Senza usare il motore per non disturbare. Così ho fermato un momento della storia d’Italia, e della mia carriera.

[Riproduzione riservata per le fotografie e il testo]

© Enzo Signorelli


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