Una riflessione sulla situazione economica in Italia dopo il disastro della funivia del Mottarone e le troppe morti sul lavoro.

Di Enzo Signorelli, 26 maggio 2021.
Qualcuno deve aver fatto per forza un collegamento tra le tante, troppe morti sul lavoro, tra l’incidente accaduto alla funivia del Mottarone – ultimo in ordine di tempo di una serie di disastri – e l’attuale situazione economica in Italia.
Ho trascorso più di 35 anni fotografando nell’industria, documentando il lavoro italiano. Ho conosciuto molta gente, ho visto tante cose. Mi sono fatto un quadro piuttosto preciso della situazione. Ricordo le procedure durissime, inderogabili, che ho dovuto seguire muovendomi all’interno di una raffineria di petrolio, in una fonderia, dentro una centrale elettrica, nei laboratori farmaceutici, sugli impianti giganteschi delle acciaierie di Taranto, negli hangar di una compagnia aerea. Oppure nei campi coltivati, sugli impianti pericolosissimi dei solventi e delle benzine, sopra una diga alta come un grattacielo, all’interno dei laboratori dell’INFN custoditi nel cuore del Gran Sasso dove non arrivano nemmeno i neutrini. Si chiama “silenzio cosmico”, è indispensabile per non alterare gli esperimenti di fisica delle particelle.
Ovunque c’era qualcosa che mi seguiva sempre: l’osservanza assoluta della sicurezza, delle procedure. Posso testimoniare che una delle prime informazioni che ricevevo varcando la soglia di un impianto era il dato sugli infortuni. Accompagnato da un responsabile di stabilimento durante i lunghi sopralluoghi mi veniva sempre mostrata con orgoglio la cifra degli incidenti sul lavoro, il più delle volte uguale a zero. Come dire: “stia attento a non farsi male, a non creare problemi agli altri”.
Allora cosa sta accadendo oggi?

Alcuni di noi ricordano il disastro di Seveso, quando il 10 luglio del 1976 una fuoriuscita di diossina dall’ICMESA causò una delle peggiori catastrofi ambientali nella storia del nostro paese. Dovuto probabilmente a un errore umano, l’incidente è stato classificato come uno dei più gravi della storia dell’umanità. L’ICMESA non era una multinazionale, era una piccola industria chimica che produceva composti usati per la produzione di diserbanti impiegati in agricoltura. Nata in Svizzera nel 1924, fu trasferita in Brianza nel 1945 e definitivamente chiusa dopo il disastro.
La pesante stretta economica che stanno subendo aziende e imprenditori si accanisce particolarmente sulle piccole imprese, per ovvie ragioni. Tagliare gli investimenti sulla sicurezza è una delle conseguenze, non così remota come potrebbe sembrare. Nel settore dell’edilizia, nel pubblico come nel privato, troppo spesso i lavori vengono affidati in subappalto a ditte che per vincere una gara devono arrivare all’osso. Poi crollano i ponti, i tetti delle scuole, i blocchi di cemento dei moli si sciolgono nel mare, e così via. Quando si lavora la matematica, la chimica, la fisica e naturalmente l’umanità non sono un’opinione. Se un’impresa si aggiudica una commessa con margini spesso al di sotto della stima più risicata dovrà per forza risparmiare da qualche parte. Sui materiali, sulle procedure, sulla forza lavoro, sulla sicurezza.
Piccolo non sempre è bello. Non sostengo che in una multinazionale tutto funzioni. Il Vajont insegna, come le morti per l’amianto, il rogo della Thyssen o il ponte di Genova. Non ritengo che la responsabilità di tutto ricada solo sulle piccole imprese, l’esoscheletro economico del nostro paese. Le colpe vanno ricercate nella forsennata logica del profitto, nella corsa spasmodica al ribasso, nell’aggiudicarsi un incarico anche il più svantaggioso. Costi quel che costi.

C’è un altro aspetto non meno importante di cui bisogna tenere conto: la crisi economica diventa sociale. Non serve ascoltare le cronache di ogni giorno per rendersene conto, basta uscire in strada e assistere a quello che accade in una qualsiasi delle nostre città. Qualcuno (giustamente) sostiene che non esiste qualità a basso costo. Applicando lo stesso ragionamento al mondo del lavoro non si possono mantenere sicurezza e sostenibilità quando tutto viene fatto al risparmio. Non è facile tenere alta l’attenzione sul lavoro pressati dai ritmi incalzanti e dalla povertà di mezzi. Stressati dal disagio sociale a cui talvolta si aggiungono problemi familiari, che non mancano mai una una crisi economica che si rispetti. Vale per un operaio come per un manager, per un’impiegata o un libero professionista, per un bracciante o un proprietario terriero. Ovviamente con le dovute proporzioni.
Si è creato (senza volerlo?) un cocktail fatale, con sopra una lunga spruzzata di pandemia, complici le rate scadute del mutuo, un matrimonio finito, e perfino un telefonino che emette vibrazioni anche quando stiamo lavorando sopra un traliccio dell’alta tensione. Mantenere la concentrazione è diventato difficile. Troppe volte vengono ignorate le procedure di sicurezza che rallentano la produzione. E così una macchina modificata per guadagnare tempo risucchia e uccide una giovane operaia e madre, come poteva accadere due secoli fa ai tempi della Rivoluzione Industriale. Un ingegnere dimentica il figlio in auto sotto il sole. Un manutentore senza le dovute protezioni precipita dentro un silos e muore. Continua così l’elenco tristissimo dei caduti sul lavoro, lungo e sanguinante come quello di un conflitto armato.
Il prezzo del progresso, se di progresso possiamo parlare in questi termini, sta diventando troppo alto. Progresso insostenibile.
© Enzo Signorelli per il testo e le fotografie
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